Archivio post

Quella vita che ancora si cerca

#galhassinrestaacasa
Rappresentazione artistica di un pianeta adatto alla vita. Crediti: Ricardo Ramirez, @NASA.

Michel Mayor e Didier Queloz furono i primi scopritori nel 1995 di un pianeta extrasolare attorno ad una stella simile al Sole. Fino ad allora, l’idea che potessero esistere pianeti attorno ad altre stelle era sostenibile e si cercava l’evidenza osservativa.

Da quando esiste il genere umano, la possibilità di altri mondi al di fuori del nostro che possano sostenere una qualche forma di vita è sempre stata molto discussa. Da una cinquantina d’anni questa domanda è uscita dall’ambito filosofico per essere affrontata dalla scienza.

Oggi è possibile affermare che c’è un’astronomia prima e dopo Mayor-Queloz: abbiamo la conferma osservativa di quasi 4250 pianeti extrasolari e di circa 5000 candidati pianeti, oltre della quasi certezza (che deriva da calcoli statistici) che ogni stella dell’universo abbia una famiglia di pianeti. Fa rabbrividire il pensiero che una galassia come la nostra possa ospitare circa duecento miliardi di stelle e che nell’universo visibile noi siamo arrivati a contare altrettante galassie, raggruppate in ammassi.

SETI, acronimo di Search for Extra-Terrestrial Intelligence, è un programma dedicato alla ricerca della vita intelligente extraterrestre, abbastanza evoluta da poter inviare segnali radio nel cosmo. Crediti: Progetto SETI.

Per questo motivo, è possibile oggi dire che c’è un’astronomia prima il 1995, quando ancora tutto era da scoprire, e un’astronomia dopo il 1995 in quanto, con le centinaia di miliardi di stelle e le centinaia di miliardi di galassie, la vita aliena compresa quella intelligente, diventa estremamente probabile. Da un punto di vista matematico, questa probabilità si potrebbe calcolare, tenendo conto di una serie di fattori. Ci ha provato l’astrofisico Frank Drake nel 1961, con un’equazione buona per stimare almeno grossolanamente il numero di civiltà avanzate che potrebbero esistere nella nostra Galassia. Ci hanno provato anche un paio di anni fa gruppi di scienziati delle Università di Rochester e Washington, per trovare una qualche ragione in più per essere ottimisti o pessimisti riguardo alla possibilità di scovare una qualche forma di vita extraterrestre nel vicino Universo.

L’equazione di Drake

Nella nostra Galassia, Frank Drake ha espresso sotto forma di un’equazione semplice il modo di calcolare il numero di civiltà con le quali si potrebbe comunicare oggi (Nciv). L’equazione del 1961 di Frank Drake è :

Nciv = R* x fp x Ne x fl x fi x fc x L

R* è il tasso di formazione di stelle nella Galassia. E’ uguale al numero di stelle nella Galassia diviso per l’età della Galassia, sapendo che il numero attuale di stelle corrisponde più o meno al numero totale di stelle esistite.
fp  è la probabilità, o la frazione di stelle che soddisfano ad una particolare condizione (da 0 a 100%, cioè da 0 a 1)
Ne è la probabilità che una stelle sia circondata da pianeti, ossia il numero medio di pianeti per sistema planetario in condizione di ospitare forme di vita;
fl è il numero medio di pianeti abitabili per stella. Ciò suppone che la stella abbia delle caratteristiche “buone “, che la massa del pianeta sia “corretta”, e che la distanza tra il pianeta e la stella sia “corretta”, cioè  la frazione dei pianeti ne su cui si è effettivamente sviluppata la vita;
fi è la probabilità che la vita appaia su un pianeta abitabile, cioé la frazione dei pianeti fl su cui si sono evoluti esseri intelligenti;
fc  è la probabilità che una forma di vita intelligente sviluppi i mezzi di comunicazione con altri mondi, o anche la frazione di civiltà extraterrestri in grado di comunicare;
è il tempo durante il quale tale comunicazione può essere ricevuta. Si tratta dunque della stima della durata di vita di una civiltà evoluta capace di comunicare.

Quale vita cercare?

Attenzione però. Quando si parla di vita, al momento possiamo riferirci all’unica forma a noi nota: quella terrestre. Di conseguenza, i ricercatori post Mayor e Queloz vanno alla scoperta di pianeti dove l’atmosfera possa presentare la firma spettrale di qualche elemento chimico della vita. Si cercano le impronte dell’ossigeno e della clorofilla nell’atmosfera di altri pianeti, ma le cose non stanno così, o comunque non sono così semplici. E’ possibile ritenere la vita sulla Terra come un caso speciale tra i tanti (e probabilmente tantissimi) casi molto diversi fra loro. Perciò, al di là dell’ossigeno e della clorofilla (ricordiamoci che la vita sulla Terra si è formata in assenza di ossigeno), ci sono tanti altri elementi che potrebbero essere legati alla vita, come il carbonio e il metano, tanto per fare un esempio.

L’antropocentrismo, quel “noi” al centro di tutto

C’è un altro aspetto da tenere in considerazione. Stiamo cercando una forma di vita simile alla nostra, ma l’antropocentrismo è presente ed è tanto forte in ogni ricerca. La storia ci ha dimostrato che “noi“ (in altre parole la Terra) non siamo il centro di moto dei corpi del Sistema Solare. Lo è il Sole. C’è voluta una rivoluzione copernicana lunga parecchi secoli (e non solo) per arrivare ad accettare questa evidenza. “Noi” non siamo al centro della Via Lattea, perché il Sistema Solare si trova in una regione periferica di essa, dove il Sole diventa una stella qualsiasi in mezzo a tutte le altre. Non solo: “noi” non viviamo in una galassia privilegiata, perché la Via Lattea è una tra le tante galassie osservate in un ammasso qualsiasi di galassie; “noi” non siamo al centro dell’Universo anche se abbiamo la sensazione di esserlo. Questo significa che trovarsi qui ora, o sulla galassia più lontana nel passato, nel presente o nel futuro, “noi” avremo il privilegio di percepirci sempre al centro dell’Universo. Per quanto ai nostri sensi appaia incredibile un vero centro geometrico l’Universo non ce l’ha!

Esopianeti molto differenti dai pianeti del nostro Sistema Solare

La Natura ha più fantasia del genere umano e ha messo in cielo oggetti estremamente fantasiosi: pianeti bizzarri, con atmosfere che sembrano code di comete; pianeti giganti gassosi caldissimi vicinissimi alla loro stella; pianeti rocciosi massicci in orbita attorno a stelle fredde, più longeve del nostro Sole; pianeti isolati privi di stella madre; pianeti in orbita attorno a stelle ormai spente. Questi nuovi sistemi planetari sono molto diversi, come architettura dal nostro Sistema Solare. Abbiamo sbagliato anche in questo caso: volendo immaginare dei mondi lontani, abbiamo preferito immaginarli come i nostri pianeti. Abbiamo trovato tutt’altro che pianeti simili a quelli di casa nostra.

Crediti: SETI

Fino ad oggi abbiamo potuto rispondere ad una sola domanda: esistono altri sistemi planetari? Sì, esistono. Ma alla domanda: “Siamo soli nell’Universo?” dovremo attendere ancora. Per quanto tempo ancora non ci è dato sapere.

Sarà anche questa una rivoluzione in ambito astronomico, sociale, religioso, politico ed economico. Sarà una rivoluzione globale, per le implicazioni che questa scoperta comporterà.

E la solitudine di un pianeta come la Terra pullulante di vita, almeno in apparenza, si verrà ad attenuare.